*Dimmi pure quel che vuoi,non ti credo, ma oggi ho tempo da perdere.
*Alla terza volta che lo stesso pensiero mi attraversa la mente, giunge la noia a render inutile un ulteriore suo ritorno
*Ovunque tu sia ora, chiudi gli occhi, è arrivato il momento di spiegarti perché non te ne saresti dovuto andare.
*Appoggio bucce di mandarino sui termosifoni bollenti per annusare il loro odore di freddo.
*Mi sento avvolta da una patina, rinchiusa nella placenta di un attimo inutile ad aspettare la nascita di qualunque cosa mi faccia nuovamente impazzire.
*Bruciami, tu che verrai. Strappami le ombre che ricoprono il mio corpo. Richiudimi le mani stanche sul ventre. Legami alle cose che non so, distruggimi con la mia ignoranza, allettami con la tua assenza e poi costringimi a seguirti, senza conoscere la meta. Lascia che pianga per cedere esausta a continuare la lotta, sdraiata sul fondo, svenuta, livida e nuda, non saprò mai la strada che mi ha portato a fidarmi.
*Sono fatta di fango e rabbia.
*Riconosco la mia solitudine in tutta la sua circolare perfezione.
*Tremendamente reale l’orrore di quel treno vuoto, la luce intermittente del neon, io sola nel vagone.
Non sale nessuno, scendono pochi, così che le porte immobili sembrano sospese in un’attesa infinita.
Sulla pensilina numero due l’orario a cui il treno si rimetterà in moto.
La solita signorina annuncia un treno in transito al binario due.
Un attimo, aspetto che ripeta per correggersi. Il treno continua a transitare al binario due.
Scusi se mi permetto signorina, ma qui il cerchio non quadra: siamo fermi noi,su quel binario. Non c’è un’anima che si allontani dalla linea gialla. Il treno non si rimette in moto, c’è qualcosa che si ostina a voler transitare proprio su questo binario. Se avessi un altro volto con cui confrontarmi, forse potrei divenire cosciente del mio delirio. Forse dovrei scendere io dal treno ed allontanarmi da questa fottutissima linea gialla. Eppur rimango immobile. La mia mente corre a cercarmi tra le lamiere accartocciate. Già mi coniugo al passato sperando di non aver sofferto. Noto la sagoma scomposta di un nuovo ospite, riflessa nel tubo concavo e brillante che scorre tra le due file ordinate di neon stroboscopici . Nel vetro riesco a vedere che mi sta fissando, mentre un treno scorre veloce al mio fianco , facendo volteggiare lentamente il vagone. I pensieri si allontanano indisturbati per spiegare a chi resta delle atroci violenze ed infinite sevizie dovute subire in una stazione buia, all’interno di una carrozza abbandonata, appena sopravvissuta ad un impatto mortale, le urla coperte da un treno in transito su di un improbabile binario due.
sabato 15 novembre 2008
venerdì 7 novembre 2008
Punti esclamativi °9
Ultimamente leggo ad alta voce. Immaginano che qualcuno a cui piace assaporare il suono della mia voce mi ascolti. Scivolano così pagine, si susseguono libri. Mi inebrio di immagini generate dalle parole e dai pensieri, mi riempio di sogni ed emozioni. A volte basta poco per riprendere a camminare, a volte bisogna semplicemente ammettere di non sapere ancora volare.
sabato 1 novembre 2008
poichè la terra gira, al settimo giorno viene il ritorno
La stanza sembrava rimpicciolirsi, vedevo le porte e le finestre serrate a bloccarmi ogni via di fuga. Costretta in piccoli giorni, ripieni di interminabili attimi, ho creduto seriamente di impazzire. Chi mi conosce e mi cammina accanto lo sa. Per gli altri ero sempre la stessa, inacidita da qualche sconfitta in più, sospesa nella mia rabbia primordiale. Un vinile che continua a suonare la stessa musica,incisa nei medesimi solchi, scavata nel ripetersi degli errori. Le persone a volte non vogliono proprio vederti. Non ti riconoscono nella matrice che ti contraddistingue, ma lasciano che la tua immagine si sminuzzi e si ricomponga per assomigliare alla loro idea di te, così che al dolore dell’abbandono si deve aggiunge il vuoto della perdita.
Ho passato settimane a cercare di domare il respiro mozzato, alterato dall’ipotesi di un pianto che non è stato tale, ma si è fatto vertigine e tremore. Ho trascorso mattine distesa sul pavimento, nascosta nei pertugi della casa, tenendomi lo stomaco, ascoltando il cuore che mi batteva nelle orecchie, assaporando sulle labbra pensieri di distruzione. Ed ho pregato che tutto questo finisse, ad ogni costo, in qualunque modo.
Poi un giorno ho sentito il moto del mondo sotto le mie suole. La rotazione della terra sul suo asse ha costretto l’animale bipede in cui risiedo in affitto a riprendere il cammino. Il tempo è stato strade, mete, sospiri, si è fatto persone ed addii. Ho riempito il bicchiere fino all’orlo, rischiando anche di farlo traboccare, per non vederlo più mezzo vuoto. Ed il mio guardo che mirava lontano, si è affacciato sul cortile del qui ed ora, trovando in fine pace nel vedere i visi di chi mi stava accudendo.
Di nuovo in piedi,infilo adesso la mano nel sacchetto delle possibilità, ma prima di estrarre il prossimo numero, sposto la vista a grandangolo e sorrido in risposta agli sguardi colmi che mi fissano.
Ho passato settimane a cercare di domare il respiro mozzato, alterato dall’ipotesi di un pianto che non è stato tale, ma si è fatto vertigine e tremore. Ho trascorso mattine distesa sul pavimento, nascosta nei pertugi della casa, tenendomi lo stomaco, ascoltando il cuore che mi batteva nelle orecchie, assaporando sulle labbra pensieri di distruzione. Ed ho pregato che tutto questo finisse, ad ogni costo, in qualunque modo.
Poi un giorno ho sentito il moto del mondo sotto le mie suole. La rotazione della terra sul suo asse ha costretto l’animale bipede in cui risiedo in affitto a riprendere il cammino. Il tempo è stato strade, mete, sospiri, si è fatto persone ed addii. Ho riempito il bicchiere fino all’orlo, rischiando anche di farlo traboccare, per non vederlo più mezzo vuoto. Ed il mio guardo che mirava lontano, si è affacciato sul cortile del qui ed ora, trovando in fine pace nel vedere i visi di chi mi stava accudendo.
Di nuovo in piedi,infilo adesso la mano nel sacchetto delle possibilità, ma prima di estrarre il prossimo numero, sposto la vista a grandangolo e sorrido in risposta agli sguardi colmi che mi fissano.
venerdì 17 ottobre 2008
domenica 12 ottobre 2008
venerdì 10 ottobre 2008
nascosto in un silenzio, il dolore parlò
La cosa peggiore è non sapere cosa pensare. Il fiore e la colazione di quel martedì mattina e poi il silenzio. Mi trovo spesso a sentenziare che se avessi saputo che era l’ultima possibilità di assaporarlo, magari lo avrei osservato meglio. Mi sarei sporta per toccarlo un’ultima volta, per baciarlo. Sogno un’ altra notte insonne passata a guardarlo respirare mentre lotta con i suoi tanti incubi, a contargli le lentiggini per essere certa del numero esatto in modo definitivo. Ma io prima del primo caffè non capisco un gran ché. Ma io alle brutte notizie reagisco con il freddo glaciale, sono fatta così. Davanti a me ,sopravvissuto all’ennesimo tentativo più o meno conscio di suicidarsi, trovato per caso sul pavimento di una casa persa chissà dove, accasciato nel suo vomito, bello e distrutto, seduto a bere un caffè ed io mi continuavo a chiedere chi mi avrebbe mai avvisato se non fosse stato salvato, se non avesse potuto portarmi lui quella margheritona gialla e i tre cornetti con cappuccino. E non ho neppure detto quanto ero felice che fosse lì con me. Mi stava prendendo in giro come al solito perché appena sveglia ho la faccia gonfia e non ho fatto caso all’importantissimo fatto che aveva lasciato il salone per salire un attimo e qualcosa di più da me, dalla sua scema. Eppure lo so che non lo fa mai.
Adesso io sono consapevole che dovrei essere arrabbiata perché le persone non si lasciano così, nel silenzio e senza spiegazioni, che dovrei provare sollievo perché è uscita dalla mia vita la persona meno affidabile che abbia mai conosciuto e forse un giorno di questi, quando avrò affondato completamente la speranza di un suo improvviso cambio di marcia, di un nuovo mattino e un altro sorriso da bulletto di periferia, arriverà lo stato d’animo più consono alla situazione. Ora guardo quella stupida strada che ci divide e dalle 9.30 am alle 19.00 pm, il mio viso punta verso il luogo dove lui sta lavorando dal terzo piano della mia cuccia. Appena cinquanta passi da casa mia.Non attraverserò il semaforo pedonale, non mi sporgerò a fare domande. Queste cose le fa la donna che non voglio essere. Per quanto ad intervalli irregolari nell’arco delle ventiquattro ore ho la netta impressione di impazzire, sento le mura ristringersi e togliermi il fiato, io non supplicherò le bugie che vengono elargite come spiegazione, non lo obbligherò a volermi ancora.
E ad ogni fine giornata, quando lascia la mia zona o solo immagino che lo faccia e si avvia verso l’altro capo della città, dove continua la sua vita nascosto nell’ombra, io mi fermo un istante in silenzio, inspiro lentamente ed espiro dal profondo, portando il respiro nella pancia e lascio fluire il pensiero che mi ha tenuto in fibrillazione anche quel giorno: non è tornato.
Adesso io sono consapevole che dovrei essere arrabbiata perché le persone non si lasciano così, nel silenzio e senza spiegazioni, che dovrei provare sollievo perché è uscita dalla mia vita la persona meno affidabile che abbia mai conosciuto e forse un giorno di questi, quando avrò affondato completamente la speranza di un suo improvviso cambio di marcia, di un nuovo mattino e un altro sorriso da bulletto di periferia, arriverà lo stato d’animo più consono alla situazione. Ora guardo quella stupida strada che ci divide e dalle 9.30 am alle 19.00 pm, il mio viso punta verso il luogo dove lui sta lavorando dal terzo piano della mia cuccia. Appena cinquanta passi da casa mia.Non attraverserò il semaforo pedonale, non mi sporgerò a fare domande. Queste cose le fa la donna che non voglio essere. Per quanto ad intervalli irregolari nell’arco delle ventiquattro ore ho la netta impressione di impazzire, sento le mura ristringersi e togliermi il fiato, io non supplicherò le bugie che vengono elargite come spiegazione, non lo obbligherò a volermi ancora.
E ad ogni fine giornata, quando lascia la mia zona o solo immagino che lo faccia e si avvia verso l’altro capo della città, dove continua la sua vita nascosto nell’ombra, io mi fermo un istante in silenzio, inspiro lentamente ed espiro dal profondo, portando il respiro nella pancia e lascio fluire il pensiero che mi ha tenuto in fibrillazione anche quel giorno: non è tornato.
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